Una canzone ci salverà. Il dolore e lo psico-pop di Romina Falconi

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Non me ne ero mai reso conto, ma Romina Falconi ha portato in Italia un nuovo genere. Lo aveva già fatto l’anno scorso con Cadono saponette, e lo aveva fatto con le canzoni del suo album primo album, Certi sogni si fanno attraverso un filo d’odio. Finora però non lo avevo capito: lo avevo intuito, avevo accarezzato l’idea, ma non mi era mai stato chiaro come adesso: Romina Falconi ha inventato lo psico-pop.
Un pop “psicologico” (e non psicopatico!), che diventa analisi e indagine interiore, tra gli scogli dell’inconscio e del subconscio.
L’ho capito adesso, da quando è uscito il suo ultimo singolo, Le 5 fasi del dolore. Un brano perfettamente “falconiano”, crudele, anzi spietato, ma con quella patina pop che lo rende leggero. Perché Romina è proprio così, è le più cruda e la più sincera delle popstar nostrane, una che se deve raccontarti il dolore non te lo farcisce con la commiserazione, ma anzi lo sviscera fino in fondo, fino a trovare anche il senso di colpa che si annida dentro di noi.

Ecco allora che Le 5 fasi del dolore affronta senza alcuna protezione il tema dell’abbandono elaborandolo come il lutto, perché poi alla fine l’abbandono è un po’ come un lutto, no? Essere abbandonati, lasciati, traditi, non è forse come morire? Anzi, se possibile è anche peggio, perché chi ci abbandona nella maggior parte dei casi resta lì, a portata di sguardo, nelle nostra vicinanze. Oggi poi con i social è ancora più difficile perdersi davvero di vista, e noi rischiamo di vedere l’altra persona mentre riparte senza di noi, si ricostruisce nuove abitudini, la vita quotidiana: lui o lei sono vivi, noi no, noi dentro siamo devastati. Ed è proprio in quel momento che iniziamo ad elaborare il nostro personale “lutto” del cuore, passando attraverso il rifiuto, la rabbia, il patteggiamento, la tristezza, per arrivare all’accettazione della perdita, che si manifesta con la resilienza e che dimostra una crescita.
L’accettazione vera è quella che ci permette di ridere di quel dolore, guardandolo come qualcosa di passato. Ci sentiamo forse persone migliori, anche se nella nostra testa abbiamo partorito pensieri di indicibile cattiveria, persino di odio.
E se ci sdraiassimo sul lettino di un analista ci direbbe che è normale così, non siamo dei mostri, è solo la natura umana. Insomma, non siamo cattivi, è la vita a disegnarci così.
PROVA 12.3
Il lavoro dell’analista, Romina lo ha fatto su se stessa mettendo tutto in una canzone nata proprio dalla fine di una convivenza: “Sono bravissima a fare le sfuriate. Mi rendevo conto che in quella storia la situazione fosse già satura, ma speravo che la minaccia di andarmene avrebbe risolto tutto. E così l’ho fatto, ho gridato che era finita, che me ne sarei andata, e l’unica risposta che lui mi ha dato è stata ‘va bene’. Ecco perché dico che so sbattere bene le porte, ma poi mi ritrovo fuori a bussare”.

Lei è la paziente pronta a farsi analizzare, e lei è quella che trova la cura. Le 5 fasi del dolore è una canzone spietata perché non addolcisce nulla, non è politicamente corretta perché non lo è la nostra mente quando siamo nel pieno dell’elaborazione del nostro lutto personale. “Non si può boicottare la cattiveria“, ammette Romina, e come darle torto?
“Mi dicono che raramente esprimo quello che sento ma quando lo faccio, lo faccio in modo viscerale. Per me questo è l’unico modo di scrivere. Crudo. Questa volta ho voluto parlare di abbandono. La mia canzone si chiama cita il famoso modello sviluppato dalla psichiatra Elisabeth Kübler Ross sull’elaborazione del lutto, dell’abbandono. La paziente sono io. Forse è vero che il maestro migliore è il dolore, ma che me ne faccio della lezione imparata se mi hanno abbandonato? Che me ne faccio di me, se il mio desiderio è distrutto?”
Chi di noi non si è trovato almeno una volta a fare questi pensieri? Ma quanti sono disposti a confessarlo?
La nostra società non ammette l’esternazione del dolore. O meglio, la vede solo come forme di commiserazione, ma il dolore è sempre qualcosa da tenere lontano, per non rischiare di esserne contagiati. O forse allontaniamo il dolore altrui perché ci mette davanti alla nostra impotenza di non poter risolvere il problema.

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A dimostrarlo è stato anche un esperimento sociale messo in atto quest’estate e reso pubblico attraverso misteriosi video sul web pochi giorni prima dell’uscita del brano: “Ho pensato di rappresentare l’abbandono nelle piazze di alcune città, nel modo più tenero possibile: una ragazza vestita da sposa, in lacrime. Ero presente mentre una dolce sposina disperata vagava tra la gente allibita. Poche signore si sono avvicinate cercando di dare conforto. L’abbandono ci fa così paura? Ho voluto fotografare quel momento, descrivendo con precisione chirurgica cosa ho provato durante un abbandono, ridendo e piangendo di me. Volevo essere sincera, a qualunque costo”.

Le 5 fasi del dolore è però solo il primo capitolo di una lunga serie, perché tutto il nuovo album di Romina, in uscita all’inizio del nuovo anno, sarà incentrato su canzoni “con il fango alla gola”: “Ho deciso di scrivere canzoni emotive. Ma forse non è una scelta. Forse, non avendo io grande padronanza della mia vita e dei miei sentimenti, ho voluto mappare le emozioni che provo, perché spero che lì fuori ci sia qualcuno che abbia sentito le stesse cose. Forse scrivo per non sentirmi più sola”.
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E proprio per non lasciare da soli anche altri cuori infranti, da giovedì 11 ottobre sabato 10 novembre Romina Falconi aprirà un vero e proprio centro d’ascolto presso la Galleria Santa Radegonda di Piazza Duomo a Milano dove ascolterà i suoi fan, e chiunque vorrà consultarla, per condividere storie personali e confessioni a cuori aperto riguardo al tema della canzone e drammi quotidiani.

Magari non basterà solo una canzone a farci uscire dal dolore, ma almeno sappiamo che là fuori non siamo soli nemmeno noi.


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