Bellaria: il viaggio di Vegas Jones tra rap e trap per uscire dalla trappola

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Vegas come il personaggio di Vincent Vega, protagonista di Pulp Fiction, Jones come tributo a Nasir Jones, ovvero il rapper NAS.
Quello di Vegas Jones è uno dei casi, sempre più numerosi in questi anni, di fenomeni esplosi sul web, per poi essere intercettati dalle grandi case discografiche ed essere spediti ai piani alti delle classifiche di vendita.
Nel suo caso, a intercettarlo è stata Universal, che pubblica ora il suo primo album ufficiale, Bellaria.
La storia di Vegas parte alcuni anni fa, esattamente nel 2016, quando Matteo Privitera – così è registrato per l’anagrafe – firma con la Dogozilla Empire di Don Joe e mette sul web in free download Chic Nisello, mixtape di 16 tracce, con collaborazioni con Emis Killa e Nitro. Il risultato è di quelli da veri campioni: oltre 200.000 download.
Il titolo, come si può ben intuire, era un riferimento a Cinisello Balsamo, il paesone alle porte di Milano dove ha vissuto, lo stesso che un paio d’anni fa ha portato alla ribalta un altro recente fenomeno della trap e delle classifiche, Sfera Ebbasta.
Cinisello come nuova culla del rap italiano quindi? “È molto creativa, ho amici che fanno i grafici, i fotografi, e che finiscono a lavorare lontano. Siamo come San Francisco!”, scherza Vegas.

Un riferimento a Cinisello è però anche nel titolo di questo primo album: Bellaria è il nome di un quartiere, ma non quello dove è cresciuto lui. La scelta di intitolarci il disco è dovuta a una felice coincidenza, visto che Bellaria è anche il suo soprannome, Veggie Belair, e il brand della sua acqua minerale realizzata in limited edition.  
bellaria
“Se fossi cresciuto a Milano sarebbe stato tutto diverso: la periferia ti spinge a un senso di rivalsa, a fare meglio, a uscire. Cinisello è ancora casa mia, chi mi conosce sa che può ancora trovarmi lì, sono sempre in giro. Ho provato a vivere in altri posti, anche a Roma, ma alla fine mi ritrovavo a raggiungere il resto della compagnia. Adesso che faccio musica c’è un entusiasmo maggiore, sono tutti presi bene. Non sono cresciuto nel quartiere di Bellaria, ma quello che mi interessa che la gente sappia è che sono di Cinisello, non voglio ragionare per quartieri”.

Eccolo allora qui Bellaria, 15 pezzi tra rap e trap. Ma lui come si considera, un rapper o un trapper? “Se è vero che il rap è per definizione l’unione di ritmo e poesia, io faccio rap, quindi sono un rapper, non un trapper. La trap è solo una corrente, non è un genere diverso e non è certo nata in questi ultimi anni: per me, già i Club Dogo facevano trap. Tutto quello che esce da due anni a questa parte sembra trap, soprattutto in Italia, perché ogni rapper dopo un po’ che fa le stesse cose sente il bisogno di cambiare. La trap non fa altro che portare all’estremo alcune tematiche dell’hip-hop, soldi, donne, droga: è un po’ quello che racconto anche in Trappola. Sono temi di cui parlo anch’io, ma non per adeguarmi a una corrente: se domani l’onda della trap dovesse spegnersi, io posso funzionare lo stesso”. 
Un successo, quello del rap, che Vegas si spiega prima di tutto con il cambio di pubblico: “Oggi tutti ascoltano rap, è un fenomeno che per la massa di persone che ha raggiunto è diventato quasi come il pop: manca solo uno scatto, il passaggio sui grandi network radiofonici. In America le radio trasmettono rap in continuazione e tutti, anche chi non segue il genere, conoscono i rapper. In Italia manca poi un contenitore televisivo adatto, qualcosa come The Ellen Show. Cattelan è quello che ci si avvicina di più”.
Naturale chiedersi come farebbe a parlare di periferie e degrado se un giorno dovesse salire sulla Lamborghini di cui parla in Nuova Ghini: “In quel caso non parlerei più del degrado, ma di come è bella la vita quando hai fatto i soldi, se mai li farò (ride, ndr). Come fa in America Jay Z, uno partito dal basso, che sa di cosa parla”.

Proprio a metà dell’album c’è Il viaggio, il pezzo che più di tutti si allontana dal rap per tema e suoni: “È un brano a sé ed è stato il più facile da scrivere: è un ibrido, un modo per portare il rap su altre sonorità”.
E parlando di viaggi, non si può che finire su Malibu, il singolo che ha anticipato l’uscita dell’album: “L’ho scritto in Italia, prima ancora di andare per la prima volta in America. Quando poi ci sono stato ho ritrovato esattamente quello che avevo immaginato: avevo fatto la colonna sonora di un momento ancora prima di viverlo. Se avevo delle aspettative, la realtà le ha mantenute, se non addirittura superate. Credo molto nell’America come nella realizzazione di un sogno, per cui ho vissuto quel viaggio come un’esperienza mistica”.
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Non mancano naturalmente i featuring, tutti nati in maniera spontanea: “Madman e Gemitaiz li avevo incontrati mesi fa e da subito c’era stata stima reciproca, come me sono molto proiettati sul live: li ho chiamati per Brillo perché sono due che tarellano sulle rime, e cercavo proprio questo. Anche con Guè (Pequeno, ndr) tutto è stato naturale, siamo entrati bene in sintonia sulle dinamiche di Mamacita.” Più curioso l’incontro con Jenn Morel, astro nascente del reggaeton domenicano: “Ci siamo conosciuti l’estate scorsa a Riccione, durante un festival: subito dopo l’esibizione ci eravamo fatti i complimenti a vicenda, poi l’ho rivista al ristorante e le ho chiesto di lasciarmi una nota vocale sul cellulare. Da lì abbiamo iniziato a sentirci su Instagram”.
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