La crisi, il deserto e il kitchen groove: la catarsi dei Negrita in Desert Yacht Club

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Il Desert Yacht Club è un luogo reale, collocato da qualche parte nel deserto a sud-est della California, non troppo lontano dal Joshua Tree. Una sorta di resort in mezzo al nulla creato da un italiano, il napoletano Alessandro Giuliano: un’oasi-villaggio con qualche tenda, qualche roulotte, una piscina, i servizi essenziali, addirittura una barca in secca sulla sabbia. Intorno, la libertà assoluta. Qui i Negrita sono arrivati durante un viaggio nell’autunno del 2016, qui hanno lavorato e questo luogo-non luogo ha dato poi l’idea per il titolo del decimo album della band toscana.

Da sempre il viaggio si presta a interpretazioni simboliche di cambiamento, rinascita, bisogno di ritrovarsi, purificarsi, e mai come in questo caso il viaggio si è rivelato per i Negrita una vera e propria salvezza. Quando Pau, Drigo e Mac sono partiti, il progetto della band stava rischiando di vedere l’epilogo, complice una crisi anagrafica di mezza età e qualche tormento personale da risolvere.
“L’idea che il gruppo potesse sciogliersi era terribile, perché noi arriviamo dalla provincia, dove fare musica in un gruppo è a volte una delle poche vie per salvarsi. In noi c’era però anche la volontà di salvare qualcosa che amavamo ancora molto, dovevamo trovare un modo per uscire da quella situazione” confessa Pau, voce e leader della band. Ecco allora l’idea di un viaggio, senza una vera meta, attraverso gli Stati Uniti,  in furgone, senza scadenze; ecco allora il deserto, con le sue quattro stagioni nell’arco di una giornata, il deserto che nella sua vastità ti fa sentire piccolo e ti costringe a guardarti dentro.
E’ così che sono nati i brani di Desert Yatch Club: nessuno studio di registrazione o sala prove, nessun super impianto audio, ma un tavolo da cucina attorno al quale ritrovarsi per condividere le idee, magari con il profumo del soffritto ancora nell’aria, un paio di chitarre, un computer e una scheda audio, qualche tablet e smartphone per far circolare gli spunti raccolti dai singoli componenti della band. Un flusso di lavoro continuo, senza orari e senza schemi. I Negrita lo hanno chiamato kitchen groove, ed è lo spirito che li ha guidati nella realizzazione di tutto il disco durante i trasferimenti in Arizona, Nevada, California, fino al confine con il Messico, fino al Desert Yacht Club.
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Quello che torna sulle scene oggi è un gruppo la cui età media si avvicina ai cinquant’anni: si fanno i conti con l’immagine riflessa nello specchio, con la paternità che ti stravolge le priorità, con le crisi di ciò che si pensava immutabile, per capire che forse è meglio che tutto abbia la possibilità di cambiare.
Nel disco ci sono due brani particolarmente significativi in questo senso. Il primo è Non torneranno più, dedicato alla generazione che ha vissuto gli anni ’80 e i ’90: una canzone sul rimpianto, con l’idea di nobilitare un sentimento spesso soffocato: l’altro è La rivoluzione è avere 20 anni, ed è dedicato proprio ai ventenni di oggi, quelli che sono nell’età perfetta per fare le rivoluzioni, sempre che non restino ingabbiati negli schemi prestabiliti. 
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Ma quali sono alla fine gli esiti di questa catarsi? Il viaggio ha rielaborato gli adii lasciati in sospeso? E soprattutto, come ne sono usciti i Negrita? La risposta sta proprio nell’ultimo brano Aspettando l’alba: l’orizzonte alla fine apparirà/può trovarmi qui./Ogni fine alla fine finirà/puoi trovarmi qui.

“Oggi va molto di moda la depressione, ma in noi c’è una componente solare che non vogliamo nascondere”. E il segreto è nascosto là, dietro le dune della California.

I Negrita saranno in concerto a Bologna il 10 aprile, a Roma il 12 e a Milano il 14.


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