ASPETTANDOSANREMO: “Voglio solo raccontarvi una storia”. Quattro chiacchiere con… Mirkoeilcane

Romano, classe 1986, Mirko Mancini ha scelto di presentarsi al pubblico con il nome di Mirkoeilcane, ma non chiedetevi il perché: è un segreto che non vuole svelare.
Ha iniziato a fare musica già da alcuni anni, suonando con diversi artisti e dedicandosi anche alla scrittura di brani per colonne sonore di web serie e film. Poi, nel 2016, è stata la volta del suo primo, omonimo album, che gli è valso importanti riconoscimenti, tra cui il Premio Bindi.

Quest’anno è entrato tra le otto Nuove proposte che partecipano al Festival di Sanremo: si presenta con Stiamo tutti bene, un brano piuttosto distante dai canoni sanremesi, una canzone quasi parlata che è prima di tutto una storia. C’è di mezzo l’immigrazione e un disperato viaggio “della speranza”, descritto dagli occhi inconsapevoli e sorridenti di un bambino. Ma non traete conclusioni affrettate: qui di posizioni politiche non ce ne sono e nelle canzoni di Mirkoeilcane c’è molto di più.
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Qual è la storia che c’è dietro a Stiamo tutti bene? E perché proporre proprio questa canzone alle selezioni per Sanremo?

La canzone è nata da una chiacchiera che ho fatto con un ragazzo, a cui ho dato il nome di Mario, che mi ha raccontato la sua esperienza: una storia atroce, ma che lui mi ha raccontato con un grande sorriso sulle labbra. Questo mi ha spinto a correre subito a casa e trascrivere le sue parole, per poi farne una canzone. Ho voluto proporla per Sanremo quasi come un scommessa.

Essendo una canzone così lontana dai canoni sanremesi non avevi paura che potesse essere accolta male dalla commissione?
Ho 31 anni, e posso dire che ho seguito per 30 anni Sanremo da casa: conosco bene i meccanismi, so cosa ci si aspetta di sentire su quel palco, ma non volevo tradire me stesso, la mia identità, e ho quindi scelto di non cambiare il brano solo perché lo stavo proponendo per quel particolare contesto.

La produzione del brano è di Steve Lyon, che in passato ha lavorato anche con Paul McCartney e Depeche Mode. Come siete entrati in contatto?
Steve si è occupato anche della produzione di tutto il mio secondo mio, che uscirà il 9 febbraio. Ci siamo conosciuti durante un evento a Roma: alla fine della serata abbiamo parlato un po’ e lui ha espresso pareri molto positivi sulla musica, ci siamo trovati in linea su molti aspetti e ci siamo piaciuti anche umanamente. Poter lavorare con lui mi è servito per dare un paio di marce in più al disco e mi ha permesso di imparare molto.
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Non hai paura che la tematica del brano possa generare strumentalizzazioni?
Mi sembra eccessivo parlare di paura, in fondo stiamo parlando di canzoni. Pur con un evidente riferimento all’immigrazione, è semplicemente la storia di un bambino, e sbaglia chi vuole vederci dentro qualcosa di diverso, non c’è nessuna presa di posizione, nessuno schieramento politico. Anche il nome stesso del bambino, Mario, è fittizio. Qualcuno ha provato ad associarmi a determinate aree politiche, ma sono manovre da cui voglio stare lontano.

Come si pone questo brano rispetto al nuovo album, Secondo me?
Come ho già fatto nel primo disco, mi piace prendere in giro gli stereotipi della società. Non che io mi trovi molto distante da certe dinamiche, non vivo in un faro da eremita, ma mi lascia sempre di stucco vedere come a volte si perda il senso della realtà. Forse rispetto agli altri brani, in Stiamo tutti bene non me la sono sentita di usare molto l’ironia e il sarcasmo, anche se di solito mi piace scherzare su tematiche importanti, mi sembra un modo per far arrivare meglio i messaggi.
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Con quali influenze musicali sei cresciuto?
Inizialmente i Beatles, ho consumato i loro dischi. Avendo fatto studi da musicista, ho poi ascoltato anche molta musica strumentale: potrei citare Jeff Beck, tanto per fare un nome. La scrittura invece arriva dai grandi cantautori italiani, Dalla, De Gregori, Fossati, ma anche autori più moderni come Samuele Bersani, Max Gazzè, Daniele Silvestri.

Pensi che oggi i cantautori abbiano un ruolo diverso rispetto al passato?
Decisamente, anche perché è un ruolo che è stato ghettizzato nei club di qualche quartiere, mentre una volta le canzoni dei cantautori facevano parte della vita delle persone: c’è chi si sposava con quella musica. Oggi il cantautorato ha lasciato spazio a una musica più superficiale, adatta ad accompagnare lo shopping, come se non ci fosse più il tempo di sedersi e ascoltare le parole. Si è persa la valenza del messaggio, che è un po’ il centro della canzone.

Non hai mai voluto svelare l’origine del tuo nome d’arte, quindi non indagherò. Ma perché vuoi mantenere il segreto, hai promesso a qualcuno di non rivelarlo mai?
Sembra una trovata di marketing, ma non sono così intelligente. Adesso mi diverto a mantenere questo segreto, ma posso dire che rispecchia la volontà di non prendermi troppo sul serio. Si può parlare di certe tematiche anche mentendo una certa allegria, e credo che questo nome la comunichi.

Come ti stai trovando nel turbinio sanremese?
Mi sono sempre chiesto come fosse la vita degli artisti che andavano a Sanremo, e mi immaginavo giornate piuttosto complicate: in effetti, mi sono ritrovato a dover parlare di me con molte persone, ed essendo piuttosto riservato per natura non è stato facile, ma sto imparando a condividere dettagli che in altri contesti avrei tenuto segreti. Tutto sommato, lo trovo molto divertente. Nessuna ansia comunque, non mi appartiene.

Pensando al festival, cosa vorresti evitare?
Vorrei evitare di essere etichettato come un cantautore schierato. Mi piacerebbe dare a Stiamo tutti bene la risonanza e la visibilità che secondo me merita, anche per la tematica che affronta, ma spero che la gente si interessi anche al resto del mio lavoro. Non voglio passare solo come “quello della canzone sugli immigrati a Sanremo”.


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