Prisoner 709: il ritorno di Caparezza tra acufene, prigionia e autoanalisi

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Tutto è partito da una cosa tanto poco poetica come l’acufene, quel fastidioso fischio che si prova di solito dopo aver ascoltato suoni ad alto volume. Solo che nel caso di Caparezza dal 2015 l’acufene che già lo tormentava è diventato ancora più fastidioso, con conseguente deficit uditivo. Una sorta di prigionia cronica, per evadere dalla quale – al momento – la medica non ha trovato una chiave.
Proprio da questa prigionia e ispirandosi anche all’esperimento della “prigione di Stanford” condotto nel 1971 dallo psicologo Philip Zimbardo, Michele Salvemini ha iniziato a dar forma al progetto – piuttosto complesso – di Prisoner 709, il suo nuovo album, che segue di tre anni Museica. Tanto quello era colorato e positivo, tanto il nuovo lavoro è immerso nei toni del grigio e dell’angoscia e, più in generale, si muove tra gli opposti.
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Prisoner 709 è un disco dal potente impianto concettuale, come pochi ne nascono, un viaggio in un metaforico carcere in cui ogni brano rappresenta un capitolo, dal reato alla pena, fino all’evasione e alla latitanza. Fuori di metafora, le nuove canzoni raccontano il percorso tormentato di un uomo di 43 anni che attraverso una sorta di autoanalisi vomita in musica tutte le domande che ha in testa, fino ad arrivare all’accettazione della sua condizione.
Ma non lo si consideri un concept album nel senso comune: piuttosto, è un disco tematico.
Al centro c’è, mai come prima, lui, Caparezza, anzi, c’è l’uomo Michele. Un segno su tutti: la sua voce nasale, così tanto caratterizzante, non c’è quasi più, confinata in un angolo per far posto al suo timbro naturale. E poi non a caso durante la conferenza stampa di presentazione i giornalisti sono stati disposti in cerchio, a simboleggiare il disco con lui seduto al centro. Nessuna smania di protagonismo, ma solo il bisogno di autopsicanalizzarsi, facendolo attraverso il rap.
Fortissima anche la simbologia numerica: dietro a quel 709, da leggere all’inglese, lo zero si muta in una O, mentre il 7 e il 9 nascondo parole rispettivamente di sette e nove lettere, creando per ogni brano una coppia di termini dicotomici (Michele o Caparezza; compact o streaming; ragione o religione; perdono o punizione; servire o comandare, e così via). Facile quindi intuire che ogni capitolo di questo percorso si focalizza su un aspetto diverso ben preciso: dalla difficoltà di riconoscere se stessi di Prosopagnosia (la patologia che impedisce di riconoscere i volti) al rapporto tra ateismo e religioni in Confusianesimo, dai riferimenti alla psicanalisi di Jung alla voglia di potere da cui è contagiata la società di oggi. Ma non lui, che prende a esempio l’affascinante figura di Ludovico II di Baviera, che tutto voleva essere meno che un regnante: “Oggi c’è una grande voglia di potere diffusa tra la gente, ma solo pochi sono disposti ad addossarsi anche le responsabilità che il potere comporta. Per mia natura, mi sono reso conto di avere poco polso, tendo a essere permissivo, anche con il mio team. Il che non è sempre positivo. Ecco perché ho pensato a una figura come Ludwig di Baviera: un re che non voleva regnare, e che investiva tutto il suo denaro per finanziare le opere di Wagner e costruire castelli. Si può dire che Ludovico II sia stato la prima casa discografica della storia e un antesignano di Michael Jackson per essersi costruito la sua Neverland”.

Un pezzo, Larsen, è poi dedicato a lui, l’acufene, mentre la conclusione è affidata a Protopagno sia!, dal titolo emblematico, che chiude il disco esattamente da dove era partito, ma nello stesso tempo portandolo in un’atmosfera completamente opposta.
Il lavoro sui testi è certosino, i riferimenti nascosti non si contano, e l’ascolto richiede di tenersi le parole sotto al naso. Dopotutto, Caparezza è uno dei grandi maestri del rap italiano, un artigiano abilissimo della parola. Uno che del rap non teme e non vede i limiti.
Nessuna paura del confronto con i lavori precedenti e nessuna indulgenza piaciona alle radio, perché “i dischi devono esistere, non piacere”. E allora ecco che le basi si fanno noise, funk, quasi metal, e se proprio qualcuno trovasse le canzoni incomprensibili il consiglio è quello di ascoltarle come si ascolterebbe un brano in inglese.
Ma oggi, dopo tutto quel lavoro di autoanalisi, chi è il prigioniero e chi è la guardia? “Forse il prigioniero è Michele e la guardia è Caparezza. Ma è una guardia benevola”.
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Il 17 novembre parte il tour nei palazzetti.

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