BITS-RECE: Roger Waters, Is This The Life We Really Want? La banalità della bellezza

BITS-RECE: radiografia di un disco in una manciata di bit.
ROGER WATERS_Is This The Life - Artwork
Quando ci si trova davanti a una leggenda, un colosso, un nome enormemente vasto anche solo nel pronunciarlo, si hanno due possibilità. O se ne parla avendo cognizione di causa e gli strumenti adatti, oppure ci si limita ad ascoltare e godere in silenzio della bellezza che sa regalare. La terza possibilità, tremenda, è quella di volerne per forza parlare tirando fuori solo banalità o, peggio, castronerie (o forse sono peggio le banalità?).

Di Roger Waters, così come dei Pink Floyd, non ho mai parlato, un po’ perché non fanno parte dei miei ascolti abituali e un po’ perché, lo dico senza paura, anche quando ce ne sarebbe stata la possibilità non me la sono sentita. Cosa posso dire io più di quanto non sia stato già detto (meglio) di una delle band più stratosferiche di ogni tempo? E ugualmente, cosa potrei dire io di realmente interessante della musica del suo bassista?
Però poi è capitato che l’ultimo album di Waters, Is This The Life We Really Want?, l’ho ascoltato e, porca miseria, come si fa non dire neanche una parola? Anche solo un “wow”? Quindi sì, mi prendo il rischio e due parole le scrivo.

Erano 25 anni che Roger Waters non pubblicava un lavoro di inediti e quando mi capitava di sentir parlare dei Pink Floyd una delle cose che sentivo dire più spesso era che la loro musica non ha nome e non ha tempo. Quella di Roger Waters altrettanto. Dopotutto, potrebbe non essere così?
Roger Waters Approved Press PhotocreditoSean Evans_low
Is This The Life We Really Want? è uscito adesso, ma sarebbe tranquillamente potuto uscire quarant’anni fa o potrebbe uscire fra quarant’anni, e sarebbe stato esattamente così, perfettamente adeguato ai tempi e contemporaneamente al di sopra di essi, puro, innocente, di quella bellezza che c’è e basta, non ha bisogno di parole per farsi capire. Persino i Beatles, così rivoluzionari, sono in qualche modo passati di moda e hanno perso attualità, ma non i Pink Floyd, non Roger Waters.
È rock la musica di Roger Waters? (Erano rock i Pink Floyd?) È elettronica? Sperimentale? Avanguardistica? Classica? Acustica? Sono decenni che ce lo si domanda, senza che una risposta ci sia.
Al centro del suo nuovo album, c’è la critica alla società di oggi, c’è la rabbia, il disincanto. Il disco si apre con l’inquietante ticchettio di un orologio, su cui si sovrappone in stridente contrasto la musica, e in più punti affiorano voci di radio e televisioni, a richiamare il ruolo della stampa e della comunicazione nei giorni nostri. Waters – con una voce che spesso assomiglia a quella dell’ultimo Bowie – si chiede se è proprio questa la vita che avevamo sognato di vivere, se è questo il mondo che avevamo pensato di lasciare (il sottotesto rivolto a Trump è fin troppo evidente). Nella malinconicissima Déjà vu si mette addirittura nei panni di Dio, domandandosi cosa avrebbe fatto lui al suo posto.
Michela Monina, la voce più caustica e spietata della critica musicale italiana, ha definito il disco “di una bellezza abbacinante“, termine che gli prendo volentieri in prestito, aggiungendo solo che questa musica è come il sole all’alba: qualcosa di profondamente naturale eppure assolutamente straordinario, nudo, limpido e commovente.

Alcuni, più scettici, si chiedono dove stia il confine tra la musica dei Pink Floyd e quella di Waters come solista, come se fosse davvero necessario trovarlo questo confine, e non bastasse godere di questa bellezza.
E mi fermo qui, perché non serve dire davvero altro. Scusate la banalità.

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